Studiare per la patente con i rifugiati in un assolato pomeriggio di maggio

La mia esperienza con Romaltruista ha inizio nella sala d’aspetto dell’Istituto dei padri salesiani a via Marsala: sono in anticipo e Claudio, il portiere, mi invita a sedermi e ad aspettare che arrivino Maddalena e Rosanna, le volontarie di Prime Italia, l’associazione che, in collaborazione con Romaltruista, aiuta i rifugiati nella preparazione dell’esame per la patente: saranno loro che mi accoglieranno nella mia prima esperienza di volontariato con i migranti. Sono emozionata, come non mi accadeva da tempo, e mi chiedo nell’attesa se sarò in grado di essere d’aiuto come spero. Così comincia la mia avventura, e intanto nel cortile ragazzini giocano a pallone, persone vanno e vengono –  alcuni sono volontari impegnati in altri progetti con i senza tetto che arrivano portando con sé vassoi pieni di cibo –  e qualche allievo, che tra poco conoscerò meglio, è già qui e ripete domande ad alta voce. In tanti, infatti, studiano moltissimo per capire la nostra lingua e schivare i trabocchetti nascosti nei quiz della patente…

Poi le volontarie arrivano, gentilissime e un po’ trafelate: proiettore, computer, quaderno con le presenze. La macchina organizzativa predisposta dall’associazione per insegnare la patente ai migranti parte efficiente e puntuale quattro giorni a settimana (martedì e sabato c’è il corso base, lunedì e giovedì il corso avanzato) e le classi sono sempre pienissime. Si tratta di persone di Paesi lontani, più o meno giovani, uomini per lo più, ma c’è anche qualche donna, che hanno deciso di affrontare un lungo percorso per superare l’esame della patente. Sì, perché per noi si tratta di una cosa facile e quasi scontata, ma per uno straniero che parla poco o per niente l’Italiano è spesso un iter molto frustrante e faticoso.

All’inizio della lezione me ne sto in un angolo ad ascoltare Rosanna e Paolo, un altro volontario, di Romaltruista, che spiegano mentre le slides scorrono sul muro, sanno tutto di segnali, incroci e precedenze. Gli allievi li stanno ad ascoltare, alcuni sono più attenti, altri un po’ rumorosi come in una classe qualunque di una scuola qualunque… Ci sono anche due computer e a turno coloro che si sentono più preparati si allenano con i quiz sotto la supervisione dei volontari che non li lasciano mai soli. Mentre ascolto anch’io la lezione mi sento tirare per un braccio, un signore che non parla bene l’Italiano mi fa segno che una ragazza chiede di me. Mi alzo, lusingata e un po’ in ansia perché io sono l’unica volontaria libera in quel momento: a richiamare la mia attenzione è una giovane donna che sta facendo i quiz al pc ma ha bisogno di aiuto perché ci sono frasi che non capisce. Non ci sono sedie libere e mi offre di dividere la sua, così ci sorridiamo e ci sediamo una accanto all’altra. “Ecco che si comincia sul serio”, penso e mi sento immediatamente molto coinvolta e responsabilizzata. Non sappiamo nulla l’una dell’altra, ma l’empatia è reciproca e immediata. Mi piacerebbe chiederle da dove viene e come si chiama, credo sia africana, ma non oso chiedere nulla per timore di sembrare inutilmente curiosa e distrarla dallo studio. Poi è il turno di una signora più adulta, parla abbastanza bene l’Italiano e mi racconta che studia per la patente di notte quando i suoi tre figli dormono ma è così stanca che non riesce a memorizzare nulla. Mi subissa di domande, io in verità so di non avere tutte le risposte e ogni volta che sta per farmene una nuova sento tutto il peso che la mia risposta avrà per lei. E infatti quando ne ottiene una che la soddisfa è così contenta che la sua gioia è contagiosa…

Alla fine decidiamo che è meglio studiare un’ora tutti i giorni che studiare un’intera notte ogni tanto e che l’orario migliore è l’alba, dopo aver dormito qualche ora, mentre la casa è ancora silenziosa e prima di andare a lavorare. C’è tanta fatica dietro queste vite e queste persone: molte di loro, che con grande dedizione si presentano puntuali a lezione e ce la mettono tutta, quando rispondono esattamente a una serie di quiz e non si fanno ingannare dal significato spesso molteplice delle parole nella nostra lingua, sono giustamente contenti e orgogliosi. In realtà alcuni hanno già la patente, ma trattandosi di extracomunitari devono superare l’esame anche in Italia, come un giovane che guidava un taxi nel suo Paese e qui ha ricominciato tutta la trafila.

A chi non è capitato di dire almeno una volta nella vita “si ricomincia, da domani cambio vita…”? Beh, queste persone, per scelta ma più spesso per necessità, lo fanno per davvero, in un Paese nuovo con tradizioni e cultura lontanissimi dalle proprie. Prenderli per mano e accompagnarli per un pezzetto di strada può rivelarsi una grande occasione di crescita per loro, ma soprattutto per noi che proviamo ad aiutarli.
Sveva

Sono nata a Napoli, città difficile ma dalla mentalità aperta perché crocevia di storie, persone e culture diverse. Ma amo Roma e ci vivo da sette anni: qui lavoro nel settore dell’editoria e della progettazione culturale. Quella che racconto è la mia prima esperienza di volontariato con persone adulte. Fin qui mi ero impegnata nel sociale partecipando ad attività di promozione della legalità sul territorio, e di difesa della natura.

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